È necessaria una premessa: non cercavo l'orrore. Cercavo, nella mia ingenua follia borghese, soltanto un tocco di stile. Avevo letto su quel foglio patinato, quella cronaca dannata di tendenze effimere che gli uomini chiamano Living, di come un simulacro appeso potesse donare "carattere" a una stanza. Ah, se solo avessi saputo quale tipo di carattere avrei invitato tra le mie mura domestiche, avrei bruciato quella rivista e mi sarei cavato gli occhi pur di non vedere.
Ecco dunque il resoconto di come il concetto di "arredamento tridimensionale", tanto lodato dagli scribi del design, si sia rivelato per me un portale verso abissi innominabili.
Tutto iniziò con l'acquisto. L'articolo parlava di "fascino versatile", di suggestioni tribali ed esotiche. Stolto! Mi recai da quel antiquario in Via dei Giubbonari, un uomo dal volto itterico che puzzava di formaldeide e spezie antiche. Lì la vidi. Non era una semplice maschera veneziana, né un manufatto africano in legno scuro. Era... altro.
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